I trapper e la caccia in Norvegia

Quello della caccia in Norvegia è un argomento che suscita non poche polemiche tra gli ambientalisti. Di recente è stato riscontrato che la Norvegia è responsabile dell’uccisione di milioni di balene, molto più dell’Islanda e del Giappone − scopriremo poi per quali scopi −. Tuttavia, quella della caccia è una pagina sanguinosa della storia norvegese già da molti anni e per diverse ragioni.

Chi sono i cacciatori di pelle?

Vengono definiti trapper o più semplicemente cacciatori di pelle. Con questo termine si è soliti indicare degli esploratori/cacciatori del Nord America che tra il 1750 e il 1850 esercitavano la propria “professione” tra le catene montuose del continente. Così chiamati perché utilizzavano le trap per catturare piccoli animali da pelliccia come procioni, castori e roditori di medie e grandi dimensioni, tali soggetti vestivano indumenti confezionati con varie pelli – prime tra tutte quelle del daino −. Svalbard Islands offre un abbigliamento adventure, in grado di far fronte anche alle temperature più rigide, donando il massimo comfort nel totale rispetto dell’ambiente.

Armati di coltelli di varia grandezza, i trapper erano provvisti anche di un’arma da fuoco detta longrifle, un moschetto dalla canna piuttosto lunga. Senza dubbio, uno dei trapper più famosi della storia è stato David Crockett, avventuriero del Far West dalle mirabolanti imprese, famoso nell’immaginario comune per il suo cappello di pelle (e coda) di procione.

La caccia alle balene in Norvegia: una cruenta mattanza

Come accennato sopra, la caccia alle balene costituisce un vero e proprio eccidio per associazioni volte alla salvaguardia degli animali, come Greenpeace. Ma perché le balene vengono cacciate in Norvegia molto più che in Islanda e Giappone?

Se anticamente le ragioni potevano essere ricercate nella carne di questo cetaceo, pietra miliare della tradizione culinaria norvegese, ad oggi tale piatto è sempre meno presente sulla tavola della popolazione. I motivi non sono solo da ricercare nella volontà di preservare la fauna dell’ecosistema, ma anche nella tutela della propria incolumità. È stato riscontrato infatti che la carne di balena è un vero e proprio concentrato di mercurio, dannosissimo – inutile dirlo – per la salute umana. Pare che nel fegato dei cetacei sia stato rilevato un quantitativo di mercurio pari a 370 microgrammi per grammo.

Il grasso di balena, oltretutto, costituiva un ottimo olio per le lampade, cera per candele e produzione di sapone e cosmetici.

Perché esiste ancora la baleniera?

Ma perché nonostante si mangi carne di cetacei e si sfrutti il grasso con minore frequenza, la baleniera norvegese continua ad esistere? Il motivo affonda le proprie ragioni in questioni prettamente economiche.

L’esistenza della baleniera, un’imbarcazione appositamente costruita per la cattura dei cetacei – spesso provvista di arpioni esplosivi in grado di apportare lesioni profonde a questi animali, uccidendoli lentamente – è foraggiata dal mercato delle pellicce. In particolare le carni di balena vengono destinate alla produzione del mangime per animali da pelliccia. Il risultato è l’esportazione verso l’Unione Europea di 250 tonnellate di pellicce di volpe e 1.000 tonnellate di pellicce di visone, oltre che l’assassinio di milioni di cetacei, di cui la maggior parte è costituita da femmine incinta, indice del buono stato di salute dell’animale e quindi dell’alta qualità delle sue carni.

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